Il grande cocomero

di Grazianna Pappalardo

I testi del quinto contest di improvvisazione letteraria

“Aspetta, Francesco, non correre!”

Lascia le sue orme sulla battigia. Sono profonde per la corsa, non certo per il suo peso piuma. Subito dopo il suo passaggio, sopraggiunge la risacca a cancellarle un po’ riempendo quei piccoli fossati di acqua e nuova sabbia.

Corre veloce con le gambe sottili, la pelle tesa e fresca, portandosi dietro il suo profumo di mare e sudore. Francesco ogni tanto si volta indietro, mi guarda e ride mostrando la chiostra bianca dei denti, quasi tutti presenti.

Il vento e la corsa gli scompigliano i capelli ricci, pieni di sabbia e incrostati di sale.

Mi sono fermata a metà strada con il cuore che sfonda il petto, le mani sulle ginocchia e la schiena curva per la fatica. Francesco, invece, accelera felice e non si ferma al mio richiamo. Davanti e dietro di noi c’è un’enorme spiaggia deserta e dorata. È una profonda lingua di sabbia che si estende da un estremo all’altro e si ferma ai piedi di un filare di pini d’Aleppo che dà l’accesso a una fresca pineta. Dall’altra parte c’è il mare caldo e trasparente di Campomarino. Qualche duna e dei piccoli cespugli spuntano qua e là insieme a gigli di mare selvatici che spandono nell’aria un profumo intenso.

Oggi il cielo è azzurro, sembra felice, come noi.

Il cuore mi batte ancora troppo forte, e il fiato non fa cenni di volere calmarsi. Sento la sua voce sottile affrontare il rumore delle onde e del vento per raggiungermi. “Dai, mamma, prova a prendermi!” Mi urla da lontano.

Si è fermato un momento per vedere dove fossi finita. Si ferma sempre per controllare che ci sia ancora. Da qui gli lancio un sorriso, chissà se riuscirà a vederlo. Alzo il braccio e faccio segno di aspettare un attimo.

Decido che la mia corsa si ferma qui e mi sdraio sulla sabbia calda. È piacevole. Sembra farina. Il sole del mattino mi coccola, non è ancora troppo aggressivo. Siamo arrivati solo da due ore con il treno. È stata una lunga notte. Penso a ieri sera, eravamo ancora in un’altra vita. Nel buio delle palpebre si rincorrono le immagini, i ricordi ancora freschi di quello che è stato.

Arriva una deflagrazione nel centro del petto. Sono ondate concentriche di brividi. So cosa è. È ansia. Non è il momento. Non lo è più. Respiro.

Abbiamo passato il confine. Siamo migranti, come milioni di altri, siamo arrivati nella terra della salvezza e della felicità. Siamo liberi, adesso. Il mio bambino e io.

Erano le sei del pomeriggio.

Ogni giorno, quando arriva quell’ora, io penso la stessa cosa. Da sette anni.

Me ne sto seduta  aspettando che Francesco finisca di fare la doccia e mi chiami per asciugarlo. Torniamo tutti i pomeriggi dal parco giochi, ci si toglie le scarpe e lui si spoglia per andare a lavarsi. In quel breve lasso di tempo finisce il nostro momento e inizia il resto. Ogni giorno per sette anni ho pensato a un treno, alla stazione, al nostro viaggio.

Ieri ero seduta su quella sedia e non ho pensato a niente. Per la prima volta, mi sono alzata, sono andata in camera da letto. Quando sono entrata ho provato paura e fastidio. Ho sentito il suo odore, quasi fosse già tornato. Ho calmato il respiro e mi sono arrampicata sulla nostra piccola scala di legno tanto da raggiungere il ripiano più alto dell’armadio. Da quelli sottostanti, mi guardavano i suoi maglioni, le sue camicie, le sue cravatte. Il suo odore mi dava lo stordimento. Ho tirato giù la mia valigia. Per un attimo mi sono bloccata, poi ho sputato sui suoi indumenti prima di richiudere l’anta. Dopo avere raccolto distrattamente qualche mio vestito, sono andata nella cameretta di Francesco. Il cielo azzurro colorato sul muro brillava delle mille luci dei suoi pianeti preferiti. Il suo finto baldacchino adorno di scimmiette e leoni gli ha sempre fatto da tana. È li che mi sono addormentata con lui quasi tutte le notti. Sono andata in corridoio e ho preso tutti i soldi che abbiamo sempre nascosto in un buco nel muro dietro un quadro. Mi sono ricordata di quando il vecchio padrone di casa ce lo aveva mostrato come un segreto meraviglioso, un valore aggiunto alla nostra nuova dimora. Ora è nascosto da un quadro che raffigura un uomo e una donna legati per i capelli. Sono un corpo unico. Già!

Ho preso tutti i contanti e un orologio. Era di suo nonno, vale una fortuna. Dopo averlo guardato bene ho pensato che mi avrebbe portato iella. Lo ho rimesso dove era, ho sputato anche su quello. Dentro quella piccola cassaforte ho lasciato anche una parola, l’ho detta piano per non farmi sentire, per non farla uscire di soppiatto dal muro. Doveva essere densa e pesante, in modo che restasse lì in attesa di essere ascoltata da lui al suo ritorno. Lo ho immaginato aprire il suo scrigno nel muro in cerca dei suoi averi, di prove e non trovare altro che il mio disprezzo ad attenderlo.

Quando Francesco ha finito di lavarsi e mi ha chiamata, sono andata da lui con i vestiti puliti, gli ho asciugato i capelli, lavato i denti e gli ho detto che saremmo andati via.

Per un attimo mi ha guardato spaventato. Conosco quello sguardo. Gli ho detto di non avere paura. Gli ho detto di non averne mai più. Me lo ricordo bene, non solo perché è successo ieri. Me lo ricordo perché era la prima volta che lo dicevo convinta. Stavolta sapevo di non mentire.

Francesco ha affondato la sua testolina sul mio grembo. Ci siamo abbracciati e poi ci siamo messi a correre.

Siamo arrivati fino alla stazione. Siamo saliti sul treno. Ricordo l’odore dei vagoni. Gli occhi che andavano veloci in cerca di un volto che non avrei mai voluto incontrare. Il sudore che colava lungo le braccia. Sudore di braccato. Ancora non lo eravamo, tra poco lo saremo. Ho distrutto la scheda telefonica, sono salita con Francesco su quel treno e ho iniziato a sperare.

Ci siamo stesi sulle cuccette per cercare di riposare. Dopo un momento di silenzio siamo scoppiati a ridere. Non riuscivamo a smettere, ci sono venuti i crampi alla pancia. La signora sdraiata nella cuccetta mediana ha provato imbarazzo. Si deve essere sentita esclusa. Non sapeva come comportarsi. Voleva ridere anche lei contagiata dalla nostra allegria ma era combattuta se ipotecare così il suo riposo notturno. Faceva commenti di circostanza, commenti senza schierarsi ne dalla nostra parte ne dalla sua. Francesco rideva come non lo sentivo da tanto tempo. Era una risata grassa, piena di gioia, leggera. Anche io non avevo riso così da anni, mi colavano le lacrime sul viso e mi tiravano i muscoli della pancia. Sembrava non finire più.

Siamo rimasti abbracciati tutta la notte, cullati dal rollio del treno. Con i sorrisi stampati sulla faccia. Per la prima volta abbiamo dormito, persino russato, me ne sono accorta perché mi sono svegliata per il rumore che ho fatto io stessa. Mi sono sorpresa a sorridere anche di questo. È una sensazione meravigliosa dormire di sasso. Francesco era vicino a me con la bocca aperta e una bavetta che gli colava sul mento. Russava anche lui. Ho provato gioia a vederlo così disarmato. Finalmente una notte senza ansia, senza paura, senza dormiveglia. Eravamo tranquilli.

La mattina è arrivata presto. Fuori dal finestrino si vedevano scorrere filari di ulivi, la terra era grigia, arsa dal sole, e il cielo azzurro faceva da contrasto. Alle sette il capotreno ci ha restituito i documenti. Ho pensato che avremmo dovuto modificarli. Ho pensato che scappare non sia una cosa per gente qualunque. E io non sono una persona speciale. Sono cose che si possono fare quando sei un delinquente, o qualcosa del genere. Io sono una persona qualsiasi. Eppure, ho fatto una cosa che mai avrei pensato nella mia vita di poter fare. Sto scappando! Anzi, peggio, sto scappando con mio figlio. Non so dove andremo a stare, che nome dare quando ci registreremo negli alberghi, come arrivare in Grecia e far perdere le nostre tracce. La Grecia è il primo posto che mi è venuto in mente. Sto improvvisando. Mentre ci penso mi suona banale. Quasi stessimo andando in vacanza!

La sabbia è calda e soffice, mi accoglie e mi fa sentire sospesa al tempo stesso. È una madre gentile che mi riporta al mio posto, mi calma, seda le mie angosce. Il sole si sta facendo caldo. Le nostre valige sono appoggiate una ventina di metri più in là. Le abbiamo lasciate lì come se fossimo stati lanciati in corsa dal treno. Invece siamo venuti qui con il taxi.

“Dove vi porto signora?” Gli occhi del tassista mi scrutavano dallo specchietto.

Non sapevo che dire. Ho risposto a caso: “Campomarino! Grazie!”

Francesco, dopo avermi chiesto il permesso, si è tolto subito scarpe, maglietta, pantaloni e si è buttato in acqua. Ha fatto i tuffi e mi ha schizzata. Poi si è messo a correre e mi ha ordinato di seguirlo. Ho pensato che fosse un’ottima idea. Cosi abbiamo iniziato a rincorrerci. E a sentirci davvero finalmente liberi.

Sono sdraiata e mi dico che non so come sono arrivata qui, voglio dire, come ho trovato il coraggio di farlo! Ormai non serve saperlo, non posso più tornare indietro.

“Mamma” Francesco mi si butta addosso, come il suo solito, in modo scomposto. Mi arriva una manciata di sabbia sul viso, ma non mi dà fastidio. Sento il suo piccolo corpo stringersi a me e lo ricambio con un abbraccio. “Dimmi, amore!”

“ Ti volevo dire che sei la mamma più speciale del mondo!” Si libera dell’abbraccio e si mette in ginocchio. Sgrana i suoi grandi occhi nocciola e mi porge timido un mazzetto sgualcito di gigli bianchi.

Mi viene in mente che il nome dei gigli bianchi in greco significa ‘tutto potente’ perché è una pianta medicinale e gli antichi pensavano fosse miracolosa. Reminiscenze del mio passatempo preferito: i cruciverba.

Già, il giglio bianco cura tutti i mali! Penso che non sia una coincidenza e metto il mazzetto di gigli nelle tasche del mio vestito come fosse un amuleto.

“Grazie, amore mio!” Lo bacio sulla fronte. Francesco si accoccola di nuovo su di me. Stiamo un tempo in silenzio ad ascoltare il mare.

“Mamma, mi racconti di quando hai visto il grande cocomero!”

“Adesso?!”

“Ti prego…”

“Ok! Allora, ogni ottobre arriva la notte dei cocomeri e come molti bambini anche io mi nascondevo nel campo di cocomeri per aspettarlo. Avevo tanta paura, come tutti i miei amici, d’altronde. “
“Ma c’era la tua amica Cinzia che ne aveva di più…!

“Infatti! La mia amica Cinzia ne aveva di più di tutti e se la faceva sempre addosso…”

“Che fifona!”

“Già! Allora arrivava la sua mamma e la portava a casa!”

“Ma tu una volta lo hai visto il grande cocomero, vero mamma?”

“Si, lo ho visto!”

“E come era fatto?”

“Lo sai, te lo ho raccontato milioni di volte!”

“E dai, dimmelo!”

“Va bene, mentre davanti a noi c’era la luna piena e grande, abbiamo visto arrivare questa enorme palla, che ci veniva incontro…”

“E tu che hai fatto?”
“Io mi sono fatta coraggio e le sono andata incontro mentre tutti scappavano!”

“ E poi?”
“E poi, ho scoperto che non era altro che un nostro amico più grande che ci stava facendo uno scherzo!”

“Allora, non lo hai visto!”

“Certo che lo ho visto!”

“Ma era solo un tuo amico!”

“No, era la mia paura! Era la mia paura a cui sono andata incontro… non è importante chi fosse in realtà!”

“Mamma! La storia è più spaventosa con il grande cocomero che è un mostro, invece che un tuo amico!” Sorrido mentre guardo il suo viso imbronciato. Lo abbraccio e non posso fare a meno di pensare che il nostro grande cocomero lo stiamo affrontando adesso! Lo sa anche lui. Stiamo facendo finta di non saperlo. Ogni volta che stiamo in silenzio i nostri pensieri pesanti tornano a galla. Siamo abituati a ricacciarli indietro e fingere, anche quando siamo tra di noi, che tutto vada bene. Impareremo a non farlo più. Impareremo a respirare, a parlare senza fingere.

Domani prenderemo un altro treno, poi una nave. Presto ci cercherà la polizia!

Abbiamo solo quarantotto ore per scomparire, forse c’è davvero una nuova vita davanti a noi. Mi alzo piena di sabbia e dico: “Andiamo!”

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