L’altro io che io mai sarò

di Valentina Giuliana

I testi del quinto contest di improvvisazione letteraria

“Nasco ogni giorno, io, e ogni giorno mi distruggo.

Puntualmente, ogni benedetto giorno, assisto attonito al deflagrarsi della mia persona nel mondo.

Io sono le molecole di me che non conosco. Sono i sospiri che emetto senza cognizione. Sono lo stordimento dell’esistere condensato in un corpo. Questo corpo che sovente tento di centellinare. La notte, quando prendere sonno è il mio tormento, percorro con i polpastrelli di queste dita troppo magre i centimetri di pelle che fanno da involucro al mio essere.  L’animo mio è il mio veleno. Nuoto all’interno della mia sostanza, affogo tra i brandelli di esistenza che in me abitano, così come in uno scrigno preziosi ricordi. Emergo dalle torbide acque dell’esistere per agguantare un sospiro di aria e annegare nuovamente dentro le mie viscere. Sono l’ignoto che serbo in un angolo remoto di queste vertebre disarticolate. Sussisto in virtù di ciò che palese appare ma sono essenzialmente la somma di tutte le componenti che non mi appartengono e che, per negazione, assumo nella definizione del mio intimo, inusuale, incognito “io”.

            La mia immagine sfugge sempre dalla patina riflettente dello specchio. Sono una presenza priva di volto. Il mio manifestarsi avviene in quella peculiare ora del giorno sita tra l’ultimo bagliore di sole e il primo scintillio di stelle. Io appaio tacitamente quando luci e tenebre si sfiorano e si fondono. Non sono il corpo intermediario tra la fonte luminescente e il mondo… sono l’ombra, io, sono l’ombra. L’individuo che so di non essere, si ritrova nel chiaroscuro delle cose che tendono a manifestarsi nel mondo, come proiezione di una integra interiorità scagliata verso un esterno eterogeneo eppure armonico. So di non essere presenza bensì sfuggevole assenza addensata in battito e respiro. E in questo afflato di miocardio e pneuma prendo condensamento e rarefazione nello stesso identico istante.

Non chiedetemi mai il mio nome. Non lo conosco. Non fatemi domande, ve ne prego. Io non ho risposte. Possiedo solo interrogativi irresolutamente insoluti. Questo sono l’io che in me serbo e che al mondo delle mie parche conoscenze è sconosciuto… così a loro quanto a me.”

Siffatto modo, per disattenzione, come chi sbadatamente ha lo sguardo basso e scorge una moneta posta in terra, l’anziano Signor Savio intravide all’interno di un vecchio baule polveroso e dismesso un foglio di carta ingiallito, ripiegato perfettamente in quattro parti e racchiuso in una busta da lettera bianca senza mittente né destinatario, almeno così sembrava. Cavò delicatamente la busta da lettera, che timida sbucava tra i ferrami e le cianfrusaglie poste all’interno di quel forziere scardinato. Una volta completata l’operazione di estrazione di quello che gli appariva un reperto, tanto insolito quanto curioso, avvicinò la busta alla lente destra dei suoi occhiali consunti, il destro era l’occhio più vigile che possedeva. Esaminò ogni centimetro di quella antica carta da lettera, ne appurò la consistenza, fragile e rugosa, facendola scivolare tra due polpastrelli. Iniziò a leggerla, essa recitava testualmente: “Nasco ogni giorno, io, e ogni giorno mi distruggo…”. Terminata la lettura, il povero Savio si tolse la paglietta e tra l’essere meravigliato e smarrito si grattò la tempia rugosa coperta dai pochi capelli che con cura riportava all’indietro.  Dopo aver riletto per ben due volte, con tutta l’attenzione e la cognizione che serbava in corpo, Savio rigirò il foglio tra le sue grandi mani, callose e affaticate, esaminandolo nuovamente con minuziosa concentrazione.

            Era una afosa giornata di metà Estate. I colli creavano prati ombreggiati tra le vallate. Inondato dalla luce di vampa, l’antico e nobile casolare “Meis” spiccava tra i vigneti a pergola del Chianti come altipiano sulla Valle del Clanis. Era un giorno come tutti gli altri per l’anziano Signor Savio, custode fedele e veterano del possedimento appartenente alla Famiglia dei Conti Meis. Ma in realtà, il vegliardo e di buon animo guardiano, capì ben presto che il suo giorno, considerato ordinario, venne sconvolto da una missiva piovutagli tra capo e collo, o meglio, tra le mani instancabili e laboriose che non sapevano starsene ferme e impacciate, ma che sempre trovavano il modo per armeggiare, lavorare o costruire. Quella lettera, scritta da un “chi” ignoto, e lo pensò sogghignando bonariamente, in base a ciò che aveva potuto appurare dalla lettura del messaggio scritto, gli aveva scombinato quella giornata.  Il Signor Savio era non tanto stupito da quell’insolito ritrovamento bensì dal fatto che non vi fosse né una firma né una data e tantomeno un luogo. Neppure la calligrafia di quel potenziale mittente riusciva a riconoscere e la cosa non gli destava una morbosa curiosità, all’opposto fece scaturire in lui il desiderio di poter recapitare quella antica testimonianza all’effettivo e reale destinatario. Era buono, il povero Signor Savio. Non di una bontà sciocca, ma di gentilezza e altruismo così rari tanto quanto esemplari.

            Così, con un gesto quasi automatico e distratto, fece cadere la zappa che reggeva sottobraccio e si recò frettolosamente verso la dimora dei Meis. Gli balenò in mente che la missiva potesse essere stata scritta da qualche avo della Contessa Clara e, per il rispetto che da sempre nutriva per ella, non la voleva privare di qualcosa che avrebbe potuto rivelarsi prezioso. Non voleva far passare nemmeno un istante. Poi era certo, ciò che aveva letto non era affar suo e dunque doveva subito renderlo noto ai Signori. Agli occhi dello scaltro Savio, infatti, la lettera aveva la consistenza di una eredità ideale che sembrava, però, non avere testimoni, almeno al momento.

            Entrò nel rustico, si spogliò dagli abiti da lavoro, si lavò alla bene meglio e vestito con l’abito buono, l’unico che possedeva per sua volontà, prese delicatamente la busta che aveva riposto con cura sul tavolo di legno massello e bussò alla porta dell’abitazione signorile. Fu proprio la Contessa Clara ad accorgersi del suo arrivo poiché stava uscendo per una passeggiata alla ricerca di un po’ di frescura, dalla canicola, tra i vigneti con la sua Dama di compagnia, la Signorina Vizzì.

La Contessa Clara, nota benefattrice e donna di grande altezza morale, scostò il suo cappellino in macramè dagli occhi e un ciuffo bianco le capeggiò sulla fronte. Non era troppo anziana, ma la sua capigliatura aveva già assunto un bianco candore dopo la trentina d’anni. Il Signor Savio la salutò con riverenza, avanzò chiedendo il permesso e mostrando con una mano la busta che reggeva nell’altra. Alla vista della missiva la Contessa Clara quasi ebbe un mancamento. La Signorina Vizzì, tempestivamente, sorresse la Signora e la ricondusse all’interno della dimora. Savio fu invitato ad attendere. Dopo una mezz’ora che gli sembrò durare in eterno, non tanto per quanto aveva da comunicare quanto per la preoccupazione destata in lui dalla precarietà della Contessa si dimenticò il motivo della sua visita alla dimora, l’età e l’affetto talvolta giocano in contropiede.

            In quei trenta minuti, dal sapore agrodolce dell’indefinito temporale, la Contessa aveva ripercorso gli ultimi decenni della vita, della sua esistenza e di quella della sua casata.

Un giorno lontano, infatti, quando ancora era giovane e bella, con non falsa modestia, durante una delle sue passeggiate mattutine prima degli esercizi vocali fece un ritrovamento clamoroso: un giovane esile uomo a penzoloni da un robusto ramo di Pesco. Quel giovane uomo stava rischiando di soffocare poiché un gesto estremo l’aveva mosso nel volersi dare l’impiccagione. La prontezza di riflessi e gli suoi studi in infermieristica della Contessa Clara fecero in modo che quella giovane vita venisse salvata. Salva a metà, purtroppo. Poiché a causa del parziale strangolamento il giovane aveva perso coscienza e memoria. Una delle due cose che potevano ricostruire la sua storia era il nome inciso sulla scatola degli zolfanelli che teneva nel doppiopetto: Mattia. Per il resto nulla si sapeva e si era mai saputo di quel giovane disperato. Con gli zolfanelli aveva con sé una lettera scritta in perfetta grafia contenuta in una busta gialla che come destinatario aveva compilato: “All’altro io che io mai sarò.”.

Avendolo salvato e avendogli dato cure e nuova vita, la Contessa Clara diede anche un nuovo nome al giovane uomo: decise di chiamarlo Savio, per contrapporlo al nome che portava prima.

Da allora il giovane, rimesso in ottima salute, aveva acquisito grande manualità e grande spirito di ambientazione nella natura circostante la Corte. Così, la Contessa Clara decise di tenere con sé quella povera anima e di provvedere a ogni suo bisogno. Ben presto, però, Mattia/Savio diventò solo Savio e acquisì insieme a una grande autonomia anche una spiccata gioia di vivere, lavorare e creare.

            Dopo aver ripreso conoscenza e aver fatto accomodare il Signor Savio, alla domanda della Contessa Clara “Buon Savio, cosa la porta qui?”  lui rispose con il suo volto pulito e il suo sorriso buono “Non so come sono arrivato qui” e dopo un momento di pausa aggiunse “probabilmente volevo farle un saluto” così, timido e affabile, subito si congedò.

            La Contessa Clara, che aveva da subito compreso il perché della visita ricevuta dal buon Savio, recitò con flebile voce tra le labbra: “Non chiedetemi mai il mio nome. Non lo conosco. Non fatemi domande, ve ne prego. Io non ho risposte. Possiedo solo interrogativi irresolutamente insoluti. Questo sono l’io che in me serbo e che al mondo delle mie parche conoscenze è sconosciuto… così a loro quanto a me.” E pensò tra sé e sé: non è forse questo il più grande mistero che attanaglia l’umanità? Non sapere perché si è qui. Non sapere da dove si proviene e soprattutto non sapere il motivo del nostro essere qui. Non sappiamo mai come siamo arrivati in un luogo e perché vi siamo giunti ma ci portiamo sempre appresso l’io che siamo e non conosciamo poiché nonostante tutto siamo la mancanza che in noi celiamo. E la vita, “Oh, la vita!” Pensò la Contessa Clara, “non sappiamo come siamo arrivati alla vita ma possiamo essere certi che il modo migliore per non essere mai stati è ritrovarsi a ogni partenza che a sua volta è un nuovo arrivo. Noi siamo il mistero. E l’altro da noi, è l’io che è in noi. Siamo noi: l’altro io che io mai sarò.”.

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