Vince il quarto contest di improvvisazione letteraria Laura Manfredi con il racconto “Preghiera di ieri”

Il quarto contest di improvvisazione letteraria si è ormai concluso. Il tema era “La città sotterranea” ed è stata proclamata vincitrice Laura Manfredi con il suo racconto “Preghiera di ieri”. Ecco di seguito il suo pezzo:

La madre lo prese per il polso, lo trascinò per la discesa fangosa, si fermò solo quando i piedi fradici toccarono il pavimento di roccia scivolosa, allora gli sorrise, accanto al naso due occhi stanchi. Disse: ce l’abbiamo fatta, di qua, andiamo. Rallentò i passi, si accodò al fiume di teste scure, dietro al figlioletto restava sospesa una scia di respiri condensati. Il bimbo contava (uno, due, tre, quattro), indicava con l’indice graffiato i ratti che scattavano accanto alle loro orme, la mamma si ritirava lontano dalle pareti grasse d’acqua, sussurrava di non guardare in basso, avanti, su. Dopo alcuni minuti di cammino in cui udirono solo il suono dei passi bagnati, arrivarono nella prima sala. Era già piena di uomini e donne e bambini, restava a malapena uno stretto passaggio al centro. Videro qualche cane, dei gatti ed un paio di pappagallini colorati dentro ad una gabbia del colore dell’oro. Chi dondolava, chi parlava fra sé, qualcuno fischiettava un motivetto lieve. Gli animali invece tacevano, i loro occhi vibravano di riflessi verdi. La madre fece cenno al bambino di proseguire, lui rimase immobile, scuotendo la testa. Lei allora si chinò, annusò i suoi capelli fini, lo prese in braccio baciandogli la testa. Gli infilò un dito nel fianco, lui ridacchiò, lei parve sciogliersi, esitare. Sbuffò: oramai pesi troppo, sei grande, mica ce la faccio più. Poi ricominciò a camminare e il bambino si lasciò cullare dal ritmo della marcia lenta e dalle folate di sudore e stanchezza che gli arrivavano sul volto come ricordi del giorno prima. La donna si fermò nella quinta stanza, dopo aver trovato un angolo libero, disse che quella volta erano stati fortunati, solo la quinta stanza, ci è andata bene questa volta. L’aria era densa, povera d’ossigeno. Le luci di alcune torce accese ballavano in cerchio sul soffitto di terra che piangeva sulle loro teste. La donna poggiò a terra il figlio, tenendo una mano sulla sua schiena umida e fredda. Poi aprì il borsone che portava con sé, offrì al piccolo una bottiglia d’acqua e stese per terra un paio di coperte logore, lo fece stendere e lo coprì con una trapunta. Passò una mano aperta sui quadri rosa e verde acqua e giallo chiaro, sui ricami ormai lisi che raccontavano vecchie storie. Il bimbo la implorò: dimmi della nonna e del lago, ti prego, una volta ancora. La madre si mise a sedere, con le gambe incrociate e la schiena contro alla parete umida, sorrise e chiuse gli occhi. Disse che quand’era bambina, appena finita la scuola, partiva per andare a passare l’estate a casa della nonna Luisa. Il figlio disse: la bisnonna Luisa. La madre sorrise, sì, la tua bisnonna. Viveva in un piccolo paesino, con le case in pietra costruite attorno a grandi camini e una chiesa con il soffitto di travi in legno. Il piccolo paesino dormicchiava sulle sponde di un piccolo lago. La nonna aveva una casettina gialla, sul crinale della montagna piena di alberi scuri e ciclamini e lucciole. Dal giardino davanti alla casetta gialla si vedeva tutto il lago, con i grandi platani e i salici e la cascata che diventava torrente e si buttava nelle acque ferme, verdi e placide. La madre disse: acque così ferme da sembrare olio. Raccontò al figlio che in estate c’era sempre il sole e faceva caldo, ma era un caldo buono. Sorrise: bastava nascondersi sotto al ciliegio o aspettare sera, quando arrivava un temporale veloce che annaffiava i fiori e portava con sé un buon sonno. E la nonna Luisa stava seduta sulla sua sedia a dondolo accanto alla finestra della cucina e ricamava proprio quella coperta che ora copriva il bambino, e raccontava le storie che cuciva con pezzetti di stoffa colorata. La madre disse che la nonna aveva sempre in bocca parole buone che sapevano di fragole e di zucchero. Il bimbo storse le labbra, disse che le parole non avevano un sapore. La madre chiuse gli occhi, rispose: ti sbagli, quelle della nonna Luisa sì, avevano un sapore dolcissimo.Il bimbo si strinse alla coscia della madre, le disse che era grassa e fredda, le chiese: sta finendo?La donna indicò verso l’alto, il figlio tese l’orecchio. Ancora quel rombo, ancora quel buio. I peli sulle braccia si rizzarono verso il frastuono. Sospirò. Allora quanto ancora? La madre alzò le spalle, avrebbero aspettato finché sarebbe stato necessario. Il piccolo si guardò attorno, le solite colline di giacche sporche e schiene curve, eppure…strinse gli occhi: un guizzo di rosso, una scheggia di luce. Si mise seduto, allungando il collo. Dall’altra parte della stanza, addossato al muro di fronte e strizzato fra una vecchia secca come un filo di paglia che tirava su con il naso e un uomo calvo che beveva vino da una bottiglia verde, un ragazzino spingeva davanti a sé una macchinina grande come un gatto obeso e faceva il rumore del motore con le labbra che vibravano in una pioggia di lapilli di saliva. Il bimbo strattonò la maglia della madre, le indicò la macchinina lucida e poi la fissò con gli occhi sgranati. La madre gli sorrise, inspirò a fondo, gli accarezzò la testa, gli disse: mi spiace. Magari un giorno, anche tu. Ma stai attento all’invidia, morde peggio d’un serpente ed è falsa più di Giuda. Anche quel bimbo è quaggiù, anche lui è al freddo e al buio. Aspetta e prega, come te. Ora dormi, passa più in fretta il tempo quando dormi. Il piccolo si mise sdraiato, la macchinina rossa continuava a squarciare il buio e la puzza e l’attesa. Pensò: lo odio. Si girò su un fianco, diede le spalle al ragazzino con la macchinina grande come un gatto grasso, leccò con la punta della lingua una lacrima pesante. Si addormentò, sognò una casetta gialla sul fianco della montagna e un aquilone verde e rosso contro un cielo fermo e amico. Il vento bagnava il viso del bambino con una carezza fresca, e il sole era caldo, ma di un caldo amico. E si sentiva il profumo delle pesche noci e il canto borbottante della cascata e del torrente, diventava sempre più forte, sempre più vicino, si trasformava in un fragore sordo, e il bambino si sentiva scuotere e sentiva urla di terrore… Si svegliò, la madre lo strattonava tenendolo per le spalle: su, sveglia, dobbiamo tornare di sopra, all’aperto, corri. Il bambino si alzò in piedi, dalle stanze oltre quella in cui si trovavano arrivavano rumori di spinte e colpi di tosse e bestemmie. Doveva essere franato un soffitto, stavano riversandosi tutti nelle prime stanze. Il bambino fece per prendere la trapunta, la madre gli urlò che non c’era tempo, che dovevano correre, che li avrebbero calpestati, lui iniziò a seguirla. Con la coda dell’occhio si accorse che la macchinina rossa restava ferma, non si muoveva. Pensò: ora la prendo, ora può essere mia. Si staccò dalla presa della madre, lei urlò e si perse nella folla che spingeva, lui si allungò verso il suo desiderio. Era oramai ad un soffio dal telaio in plastica, quando si accorse che il ragazzino che l’aveva portata nelle stanze sotterranee era fermo, per terra, le gambe scheletriche e morte. Il bambino tese la mano, prese la macchinina, la pesò fra le mani, era leggera, era rossa, era lucida. La appoggiò a terra, sentì il rumore di uno strappo dentro al suo petto ansimante. Poi mise le mani sotto alle ascelle del ragazzino e lo trascinò con sé, camminando all’indietro, andando a sbattere contro sconosciuti che urlavano parolacce e gli sputavano addosso. Si abbassò verso la testa del ragazzino, chiese scusa perché non aveva la forza di sollevarlo, dovevano fare così, dovevano arrivare in fondo, dovevano tornare di sopra, in superficie, senza farsi calpestare, dovevano sperare. Poi iniziò a raccontare: una volta c’era una casetta gialla, sul crinale di una montagna piena di boschi bui e ciclamini e lucciole, e dal giardino di fronte all’ingresso si vedeva un lago verde e calmo sotto ad un cielo caldo, ma d’un caldo buono, che bastava mettersi sotto ad un ciliegio per sentire un venticello fresco sul viso. E i temporali arrivavano la sera, ed erano leggeri e amici e passavano via come una preghiera prima di andare a dormire…

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