Vince il quinto contest di improvvisazione letteraria Alessia Figini con “Quel profumo di pace”

Il quarto contest di improvvisazione letteraria si è ormai concluso. Il tema era “Non so come sono arrivato qui” ed è stata proclamata vincitrice Alessia Figini con il suo racconto “Quel profumo di pace”. Ecco di seguito il suo pezzo:

È buio. Apro gli occhi ma è come se le palpebre fossero ancora sigillate.

Cerco di mettere a fuoco, aguzzo la vista, provo a distinguere qualche particolare che mi consenta di orientarmi.

Talvolta, anche in assenza di luce, alcune ombre si rivelano più scure di altre e mi permettono di riconoscere i contorni degli oggetti che mi circondano. Quando accade mi piace immaginare di aver subito una metamorfosi ed essere diventato un animale notturno.

Non scelgo sempre lo stesso: se ho passato la giornata a girovagare allora mi sento un gatto, randagio ovviamente. Se mi è accaduto qualcosa di bello sono un gufo e volo sotto l’occhio attento della luna, che non mi perde mai di vista. Quando invece la giornata non è andata affatto bene e ho avuto l’istinto di scappare, eccomi lemure, ad arrampicarmi furtivo e veloce tra i rami degli alberi, sempre più in alto, chiedendo protezione alle fronde perché mi nascondano.

È stato Nicolas a mostrarmi un lemure, ne conservava l’immagine strappata da una rivista che gli aveva regalato una suora, la teneva nella tasca dei pantaloni da così tanto tempo che era attraversata da linee bianche e consumate. Quelle pieghe mi sembravano ferite; a Nicolas non l’ho mai detto ma sono sicuro che anche lui pensava la stessa cosa. L’immagine era intera, è vero, un po’ come lo eravamo noi, ma per quanto ci ostinassimo ad appiattirla e stirarla con il palmo della mano le ferite rimanevano, indelebili. Come le nostre.

Oggi però non sono gatto, né gufo, né lemure. Se fossi un animale mi saprei orientare, gli animali hanno fiuto, istinto, mentre io oggi non so dove mi trovo, né come sono arrivato qui.

È buio, nemmeno le ombre mi vengono in aiuto. Decido allora di affidarmi agli altri sensi e muovo piano le mani, percorrendo con i polpastrelli la superficie su cui sono sdraiato. Mi blocco, indugio un istante per il timore di scoprire ciò che non voglio: e se fosse pagliericcio? O legno consumato dal tempo, con le schegge che aspettano in agguato le mie dita? O ancora un vecchio materasso che puzza di polvere e miseria?

Ecco cosa posso fare, metto in campo l’olfatto. Ritiro le mani, che attenderanno in trincea, e mando in avanscoperta l’olfatto. Quello per lo meno non può essere ferito, si muove invisibile, non ha consistenza, per questo mi piace. Soprattutto quanto incontra qualcosa di buono.

Inspiro e alle narici mi arriva un profumo di pace. Non riesco a descriverlo con altre parole; non è un odore di buono, come quello che si respira fuori dalla bottega del panettiere alle prime luci dell’alba, e nemmeno odore di paura e solitudine, come quello che si incontra negli angoli delle strade, scambiati per gabinetti o dormitori, o talvolta entrambe le cose. Questo è profumo di pace e non ci ritrovo niente di familiare, non mi aiuta a capire dove sono finito.

Prima di chiamare l’olfatto in ritirata, però, decido di concedergli una seconda chance e inspiro di nuovo. In lontananza riconosco una fragranza che è così intima da confondersi con la mia: qui, vicino a me, deve esserci anche mia sorella Bianka. Il suo odore, così come il mio, non è abituato a mischiarsi a questo profumo di pace, ecco perché non l’ho individuato subito, mi dico. Il cuore comincia a rallentare i battiti e il respiro torna a ossigenare i polmoni: se siamo insieme ce la possiamo fare, ovunque siamo finiti.

Trovo il coraggio di allungare le mani e la mia pelle scivola su una stoffa fresca, liscia. Muovo i piedi e anche loro incontrano lo stesso tessuto che devo aver accartocciato in fondo al letto, come capita spesso con le coperte quando faccio sonni agitati. Cedo alla tentazione di alzarmi a sedere per afferrare il lembo del lenzuolo con le mani e portamelo fino al collo. Mamma mi raccontava che da piccolo amavo rimanere avvolto stretto stretto nelle coperte, anche d’estate. Mi svegliavo sempre sudato ma non mollavo mai la mia coperta, come se fosse un rifugio sicuro.

Da quando l’ho perso, il mio rifugio sicuro, ogni notte non faccio altro che agitarmi e scoprirmi. È come se rifiutassi di avere addosso qualcosa che possa impedirmi la fuga.

Il profumo di pace, però, adesso mi dà sicurezza e decido di rintanarmi sotto al lenzuolo. Ci infilo persino la testa e, una volta nascosto, apro e chiudo gli occhi, come se stessi premendo l’interruttore e all’improvviso potessi accendere la luce e dare un senso a tutto.

Mi accorgo che il lenzuolo emana un profumo di fiori e allora lo avvicino ancora di più al naso, immaginando di trovarmi sdraiato in un prato, con Bianka e mamma. Mi arriva alle orecchie il suono della canzone che canticchiava sempre, parlava di campi di grano, di un’orchestrina e di passeggiate sotto il sole. Doveva essere così il posto dove sono nato e dove sono germogliati i ricordi a cui tento di aggrapparmi ancora oggi, non volendo accettare il fatto che il tempo li sta pian piano consumando. Tanto non li lascio andar via, nossignore; dove non arriva la memoria metto in gioco i miei desideri, i miei sogni. Sono bravo come allenatore, Nicolas me lo diceva sempre.

Tac. Arriva un suono, a rompere il silenzio e cancellare le mie fantasie. Basta un suono per mettere in allerta i miei sensi e risvegliare le mie paure. Cos’è stato?

Quando trovo il coraggio di riaprire gli occhi, allora mi accorgo della striscia di luce che filtra dalla fessura sotto la porta. In quell’istante la maniglia viene abbassata e compare una sagoma. Ecco cos’era quel rumore, l’interruttore in corridoio. E quella è la sagoma di Daniela.

Deve aver sentito che mi muovevo nel letto ed è venuta a controllare, lo fa ogni notte. Mi chiedo come faccia a percepire i miei movimenti dalla stanza a fianco. Ieri sera gliel’ho chiesto e lei mi ha detto che la natura regala alle mamme dei super poteri e le rende capaci di affinare i loro sensi per aiutare i propri bambini a crescere. Anche le mamme più dormiglione sono capaci di svegliarsi per uno sbadiglio, se a farlo è qualcuno di veramente importante, mi ha detto.

Non sono ancora riuscito a chiamarla mamma, ma mi piace quando dice queste cose e lascia intendere che io sia davvero il suo bambino.

Per Bianka è stato più facile, lei sta dormendo serena nel suo letto adesso, rannicchiata su un lato come fa sempre, stringendo al cuore il suo cane di pezza. Lei non si sveglia nel pieno della notte senza sapere dove si trova, né come sia arrivata qui.

Da qualche sera l’ho vista dare un abbraccio a Daniela prima di chiudere gli occhi. Uno di quegli abbracci in cui noi bambini affondiamo il capo nel petto della mamma, quasi volessimo superare la barriera del corpo e tornare raggomitolati, dentro la pancia, dove non può capitare niente di male. Forse il segreto di tutto sta proprio in quegli abbracci, chi lo sa.

Daniela mi sta accarezzando la fronte; ho sudato dall’agitazione, nonostante abbia dormito scoperto. Mi porta un po’ d’acqua e mi sistema le lenzuola fino al collo, come se sapesse quanto mi piaceva da piccolo rimanere avvolto come uno bozzolo di farfalla. Per farmi riaddormentare intona una canzone dolce, non ne comprendo bene le parole perché ancora fatico a capire la sua lingua, ma nella mia testa prendono forma i campi di grano, un’orchestrina e le passeggiate sotto il sole.

Non riesco a dire nulla quando mi dà un bacio sulla guancia e mi augura la buonanotte. Non sono ancora pronto all’abbraccio come Bianka, ma chiudo gli occhi e mi nasce spontaneo un sorriso, che rapisce tutti i miei cinque sensi.

Ora so dove mi trovo e da dove arriva quel profumo di pace. Dalla mia nuova casa.

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