Vince il sesto contest di improvvisazione letteraria Jean Gasperi con il suo racconto “E quindi uscimmo a riveder le stelle”

Vince il sesto contest di improvvisazione letteraria Jean Gasperi! Ecco il suo racconto:


Siamo partiti di mattina presto, la giornata era giusta. Nessun pericolo in vista. La salita verso il
rifugio Nuarsa era quasi tutta nel bosco. Avevamo una certezza, non saremmo stati l’ennesimo
titolo tragico sui morti in scialpinismo. Non è mai stato il nostro sport preferito ma l’idea di andare
a passare una notte lassù ci era sembrata subito una figata e carichi come dei muli siamo partiti
entusiasti, circa duemila metri di dislivello per arrivare a un rifugio chiuso. O meglio, per arrivare a
un rifugio di cui solo Claudio aveva le chiavi. Claudio aveva perso quindici chili ed era super in
forma, dopo un’estate a macinare chilometri in bici si sentiva bene e non era più il grasso del
gruppo, a dirla tutta probabilmente aveva lasciato il poco invidiabile scettro al sottoscritto. Il terzo
della combriccola era Stefano, reduce da un biennio di sport, dimagrimento, delusione amorosa,
bestemmie e scazzo perenne. Claudio e Stefano sono sempre stati simili caratterialmente anche se
molto diversi negli stili di vita. Io li ho sempre trovati fastidiosi perché per anni si sono coalizzati
contro di me, le discussioni erano sempre un due contro uno ma ho sempre venduto cara la pelle.
E poi senza di me, si annoiano, sono come quelle coppie troppo in sintonia che dopo un po’ di anni
diventano degli scambisti per noia. Ecco io ero quello che impediva loro di diventare dei depravati.
Ci conoscevamo da trent’anni. Loro avevano fatto anche le elementari insieme, io li ho poi
raggiunti alle medie e, come dico sempre, si divertono da quando mi conoscono. Al Classico ci
siamo divertiti meno e alla fine ci siamo persi per qualche anno causa bocciature, cambi di scuole,
recupero anni scolastici, anche se Claudio la mena che lui è l’unico a non esser mai stato segato. In
realtà non l’hanno ammesso alla maturità, lui dice che non conta…punti di vista. Ci siamo poi
ritrovati all’Università e non ci siamo mai più separati.
“Claudio i guanti neri di pelle li hai rubati a un motociclista morto sulla strada?”
“Sono comodissimi e caldi.”
“Ma forse è persino peggio la giacca, cazzo, te l’ho regalata io dieci anni fa, l’hai rattoppata tre
volte e nella schiena è stinta.”
“Quello è perché l’ho stesa ad asciugare con la luna piena.”
“Che stronzata.”
“No, è vero, la luna piena stinge le robe nere.”
“Quando poi avete finito possiamo andare o stiamo qui a fare un trattato di economia domestica?
L’importante è che negli zaini abbiamo le derrate alimentari e soprattutto alcoliche, lassù non ci
sarà niente, se non qualche zuppa liofilizzata scaduta.”
Il primo pezzo era su strada asfaltata, sette, otto chilometri. L’asfalto avrebbe rivisto i raggi del sole
in primavera inoltrata perché quest’inverno era stato sepolto da metri di neve. La nostra era l’unica
traccia, nessuno andava in quella valle col Rifugio chiuso. Dopo quell’asfalto si entrava nel bosco
per altri sei chilometri di tornanti. Nonostante i circa venti chili sulle spalle di ciascuno siamo
arrivati senza troppi problemi. Vent’anni di organizzazione di Capodanni sono servite per lubrificare
i meccanismi alla perfezione e così stufa Castellamonte accesa, birre per tutti, e cena in
preparazione. Tutto a suon di insulti, toni di voce da capi ultrà e risate sguaiate ma alla fine
risultato ottimo. Come al solito.
“Manca la musica, e alla musica ci deve pensare Paolo, sei inutile”
“Cazzo, in un rifugio chissenefrega, mangia va che sembri malato e poi ho già scaldato l’ambiente,
mi sembra abbastanza.”
“Ottima cena Claudio, bravo, dosi d’urto di colesterolo ma bravo!”
Ormai eravamo alla grappa e la bottiglia non avrebbe passato la notte.
“Stef devo dirti una roba, è da troppo tempo che me la tengo”
“Ahia, siamo già così ubriachi?”
“No, dai, è una cosa seria. Devo proprio. “
“Vi lascio da soli così magari vi mettete anche una lingua in bocca?”
“Piantala di fare il coglione, devo dirgli una cosa seria.”
“Stefano, Laura ti ha mollato per colpa mia.”
“Eu la Madonna!”
“Che cazzo dici? Mi ha lasciato perché aveva un altro, cosa c’entri tu?”
“Aspetta che verso da bere perché si fa interessante e per una volta faccio lo spettatore.”
“L’altro ero io.”
Anni di frequentazione, anni di complicità, di amore quasi fraterno, di solidarietà maschile andate
in fumo con tre parole. Persino la stufa aveva smesso di crepitare. C’era un silenzio irreale.
Nemmeno io osavo stemperare, fare una battuta. Non so quanto sia durato il silenzio ma dopo il
silenzio è arrivato il boato. L’intera stanza è implosa. Per un attimo il mio cervello ha pensato che si
fossero lanciati uno verso l’altro per picchiarsi a sangue, invece eravamo tutti e tre immobili, sotto
le macerie, alberi, pietre, travi del tetto.
“Siete vivi ragazzi?”
Un rantolo tipico di Claudio quando vomitava mi aveva rasserenato che lui ci fosse e dopo qualche
secondo sentivo gridare Stefano. C’eravamo tutti. Vivi. In qualche modo ci siamo fatti spazio, ci
siamo aperti dei varchi tra le macerie e la neve. Stefano gridava ancora, ma non dal dolore, dallo
sforzo. Stava cercando disperatamente di togliere Claudio da sotto un ammasso di legno e pietra
che gli bloccava metà del corpo. Io li vedevo ma non riuscivo ad aiutarlo, ero bloccato, non avevo
male da nessuna parte, mi sanguinava la testa ma non mi sembrava gravissimo. E poi il caldo del
sangue mi confortava. Strisciando sono riuscito ad uscire da quel casino e a sdraiarmi fuori dal quel
che era stato il Rifugio. Un attimo e sarei rientrato ad aiutarli ma mi girava la testa.
Stefano gridava ancora e mi chiamava ma pur volendo non riuscivo a rispondere.
Dopo un po’ è arrivato trascinando Claudio che aveva una gamba maciullata e l’ha sdraiato ancora
rantolante non lontano da me. Lui, smilzo ma forte come quelle mamme che salvano il proprio
cucciolo, si è sdraiato esausto guardando il cielo e pescando dagli anni del ginnasio se n’è uscito
con “…e quindi uscimmo a rivedere le stelle…” .

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