Vince il settimo Contest di Improvvisazione letteraria Connie Bandini con il racconto “Il gemello”

Vince il settimo contest di improvvisazione letteraria Connie Bandini! Ecco il suo racconto:

“Ti dico che quando sono arrivato da te li indossavo. E stamattina, mentre mi preparavo per uscire, mi sono accorto di averne perso uno. Quindi o è in casa tua oppure nella tua auto. Non ho fatto altri spostamenti ieri sera.” La sua voce non mi abbraccia come era solito fare fino a ieri. La sento sibilare nel cellulare e mi colpisce come una folata di vento gelido. Mi tocco la guancia, come se davvero mi aspettassi di sentirla fredda e, nonostante la tensione che Giulio mi ha trasmesso, mi ritrovo a sorridere.

“D’accordo Giulio. Ribalterò il mio salotto da cima a fondo e, se l’hai perso qui, puoi stare tranquillo che lo troverò. Poi farò la stessa cosa con la mia auto. Ma calmati, per favore. Vedrai che lo trovo.” cerco di rassicurarlo, mentre comincio a guardarmi intorno. Il salotto di casa mia si abbraccia con una sola occhiata e, a parte il divano, sono davvero pochi i nascondigli in cui un oggetto così piccolo può essere finito.

Ieri sera Giulio non si è mosso da questa stanza. Non è neppure andato in bagno. A dir la verità, si è trattenuto poco e non ricordo se si è tolto la giacca. Continuava a guardarsi le scarpe, come se qualcuno gliele avesse fatte calzare a sua insaputa e lui fosse incuriosito da quei mocassini neri di pelle. Cercava di sistemarsi quel ciuffo che da sempre gli ho visto sfidare un taglio altrimenti impeccabile, mentre si passava il cellulare da una mano all’altra, neanche scottasse.

Non ho fatto nulla per aiutarlo: continuavo a parlare della proiezione cinematografica cui avevo assistito nel pomeriggio con Lucrezia, soffermandomi su particolari che, ora, non sono neppure sicura di aver visto davvero. Poi, quando la mia indifferenza ha infastidito anche me, mi sono avvicinata a lui, gli ho sollevato il mento così che il suo sguardo agganciasse il mio e ho sussurrato: “Cosa mi devi dire?”

Giulio ha sospirato, il suo volto si è arrossato e in un bisbiglio ha risposto: “Non me la sento più di continuare questa storia. Mi dispiace, sono un vigliacco e lo so, ma…” Non ho ascoltato oltre, le sue parole si sono nascoste dietro alle tende del mio salotto, si sono perse tra le pagine dei libri appoggiati sul tavolo in vetro, si sono addormentate tra i cuscini del divano. Non so quanto abbia continuato a cercare di giustificarsi. Io ero già altrove, in un risveglio che non lo includeva, in un domani che raccontava la sua assenza, in una me che non era più noi.

Ho vestito l’abito dell’indifferenza, ho lasciato che finisse il discorso che- sono certa- si era raccontato già parecchie volte, ho espirato tutta l’aria che sembrava lacerarmi i polmoni e, sottovoce, gli ho chiesto di andarsene.

  “Mi dispiace”, ha detto al pavimento del mio soggiorno, la mano già sulla maniglia della porta. I miei occhi hanno lacerato la sua schiena, un ritaglio nella fessura di un uscio che si socchiudeva con il più fragoroso dei rumori.

Ed è proprio lì, accanto a quella porta che ieri sera mi ha tagliato l’anima, che una lama di luce cattura il mio sguardo. Mi avvicino, mi chino ed eccolo lì. Il gemello, il fratello solitario di quello che, sicuramente, è in una scatolina di velluto sul comodino della camera da letto di casa sua. La metà del prezioso regalo che la sua legittima metà- quella vera, non quella farlocca, che sono io- gli ha donato in occasione di chissà quale ricorrenza. E allora sai che c’è? C’è che nella vita si prendono direzioni diverse e ci si perde; c’è che il destino a volte separa quello che l’amore aveva unito; c’è che a volte il lieto fine è dispari.

Mi chino, raccolgo il gemello dal pavimento, lo osservo accarezzandone con lo sguardo ogni particolare e lo annuso per ricercare un odore familiare che già si è fatto ricordo.

Scosto la tenda del salotto, apro la finestra, sollevo il braccio destro oltre la spalla, con la mano chiusa a pugno a proteggere quel tesoro prezioso che non mi appartiene, e lancio il gemello più lontano che posso, oltre i tetti della città che si è appena svegliata, oltre quelle nuvole bianche che giocano a rincorrersi, oltre quel raggio di sole che sa di buono.

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